07/03/2010 -

I vescovi affrontano il degrado del Sud

di GIUSEPPE LUMIA

di GIUSEPPE LUMIA

Qualche giorno fa i vescovi hanno affrontato il tema del degrado e del sottosviluppo in cui versa il Meridione con il documento "Per un Paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno". Una riflessione puntuale, su cui anche in Sicilia dobbiamo interrogarci fino a verificare il valore e il ruolo della nostra autonomia. Il suo fallimento è sotto gli occhi di tutti. L'Isola è agli ultimi posti sul piano delle performance economiche e sociali (reddito, occupazione, diritti, servizi sociali...). La burocrazia regionale, i meccanismi amministrativi, la stessa funzione legislativa rappresentano un freno per la vita dei cittadini, delle comunità locali, degli operatori economici, sociali e culturali. Molto è dipeso dall'incapacità della classe dirigente siciliana di fare un buon uso dell'autonomia, dalla stessa autoreferenzialità e dalle collusioni con la mafia. Il fallimento dell'autonomia, comunque, ha spiegazioni più complesse. Su tutte spicca una questione di fondo: la crisi del patto nazionale, patto non scritto, ma ferreo e radicato su cui si è costruita in sostanza l'Unità d'Italia, secondo il quale il Nord produce e il Sud consuma. Il Nord produce beni e organizza i migliori servizi, dagli asili nido alle università, dalle politiche per l'infanzia agli anziani e disabili. Il Sud consuma i prodotti del Nord e organizza la rete dell'assistenzialismo da cui trae reddito diffuso e consenso elettorale. Al Sud, in tal modo, la politica è scaduta in un ruolo di intermediazione, per cui ad ogni diritto o bisogno sociale o individuale ha corrisposto una risposta burocratica, clientelare e spesso affaristico-mafiosa. In sostanza nell' Italia duale  l'autonomia siciliana, pensata per interpretare le vocazioni e le istanze del territorio, non ha avuto chance. Il sistema socio-politico si è subito guastato al punto da generare una gestione rovinosa nella sanità, nei rifiuti, nell'agricoltura e in tanti altri settori alimentati dalla spesa pubblica regionale. Il gioco democratico, quindi, è stato manipolato sin dal suo nascere. Le forze politiche al potere, pur governando male, attraverso una micidiale gestione assistenziale, clientelare e spesso collusiva con la mafia sono riuscite ad assicurarsi quote importanti di consenso in modo da vincere, puntualmente, le varie competizioni elettorali. Al contrario, le varie forze riformiste, pur proponendo progetti di cambiamento di qualità, hanno sempre rischiato di non avere la giusta rilevanza elettorale. In queste condizioni la stessa opposizione si è barcamenata nel contesto politico siciliano secondo due modalità: in alcuni casi è caduta in un consociativismo compromissorio, in altri ha preferito occupare posizioni radicali, di pura testimonianza, privandosi di un'adeguata cultura di governo. Oggi questa  Italia duale  si va sfaldando. Il Nord non ha più bisogno dei mercati del Sud, perché con la globalizzazione può piazzare i propri prodotti laddove è più conveniente. Con il mercato del lavoro internazionale, alimentato dall'immigrazione, il Settentrione non ha più bisogno delle braccia meridionali, semmai delle sue migliori intelligenze. L'emigrazione di tanti giovani meridionali sta provocando una spoliazione culturale difficile da recuperare. Il Nord, infine, non è più disposto a trasferire risorse fiscali verso il Sud. Il Meridione d'Italia, se vuole diventare moderno e avanzato, deve assumersi le proprie responsabilità e mettere in discussione l'unità d'Italia così com'è stata concepita fino ad oggi, per puntare su una nuova unità in cui tutte le regioni producono secondo le proprie vocazioni e peculiarità. Ostinarsi a difendere l'ancien regime assistenziale rischia di relegare il Sud in una posizione marginale e di soffocare al suo interno le migliori energie e istanze di innovazione e cambiamento. L'autonomia del futuro deve diventare una potente risorsa per trasformare la Sicilia in una terra di produzione. Per fare questo occorrono una classe dirigente preparata, capace di liberare la Sicilia dalla mafia e coniugare legalità e sviluppo; una cultura progettuale europea; una moderna e trasparente burocrazia regionale.
Infine, in un sistema-paese che si organizza con un assetto federale la "speciale" autonomia siciliana avrà ancora senso se saprà tradursi in specialità di progetto e di innovazione; la stessa politica dovrà prevedere partiti realmente autonomi e federati che sappiano operare scelte avanzate e coraggiose, da negoziare con il potere centrale in una logica di sussidiarietà e condivisione.

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