27/02/2010 -

Sempre assunzioni clientelari di massa?
Forse no, siamo già alle porte del disastro

 

Egregio direttore,
il Giornale di Sicilia nei giorni scorsi ha riportato in prima pagina, a caratteri cubitali, la notizia dell’assunzione di 3300 precari ex pip da parte della Regione. Solo pochissimo tempo fa la stessa “Mamma Regione” assumeva stabilmente 2000 precari (l’ultimo giorno utile prima del blocco imposto dal ministro Brunetta) e ne prolungava il contratto ad altri 3000. Lavoratori che non hanno mai partecipato ad un concorso pubblico o sostenuto selezioni trasparenti, talvolta senza titoli adeguati alle mansioni assegnate.
Io mi chiedo: quando finiranno queste assunzioni clientelari di massa?
Perché il governo Nazionale è capace di mandare a casa migliaia di insegnanti ( che almeno hanno fatto un concorso o sono abilitati dopo parecchio studio) e la Regione non ha il coraggio di mettere alla porta un esercito di "fedeli servi dei potenti", raccomandati, ecc.?
Almeno assumano gente di valore, che serva veramente a migliorare i servizi, facciano i concorsi! Piuttosto che assicurare prima lo stipendio e poi “vedere” come utilizzare gente poco educata al lavoro!
Ritengo che questo fenomeno già perfettamente consolidato da tempo, oggi, in tempo di crisi, assuma un carattere particolarmente odioso.
Angelo Ragusa, Palermo

Siamo d’accordo con Lei, signor Ragusa. Eccome. Ma non siamo in grado di rispondere alla Sua domanda. Possiamo solo fare una previsione. Le assunzioni clientelari di massa dovrebbero essere alla fine. Per necessità, non per virtù. Non ci sono più soldi. Nei bilanci di province, comuni e regioni ci sono risorse decrescenti. Per le cosiddette spese correnti si dovrà stringere la cinghia. Ma c’è di più. Pochi riflettono sulle conseguenze di un processo inevitabile. È alle porte il federalismo fiscale che in soldoni significa una cosa: non solo non si potrà spendere di più di quanto non si sia speso finora. Ma si dovrà spendere di meno. Ha sentito parlare dei “costi standard” che sostituiranno i “costi storici”? I soldi che lo Stato darà alle regioni, ai comuni e alle province, terranno conto del costo medio dei servizi nel Paese. E noi, che spendiamo di più di quanto non spendano altrove, avremo sempre meno soldi dallo Stato. Ma i problemi non si fermano qui. Lei vede che, in molti casi, per pagare gli stipendi vengono utilizzate quote dei finanziamenti europei. I quali fra qualche anno non saranno più riattivati.
Si dovranno riallineare i conti. Non sarà una passeggiata. Si impongono scelte dure e difficili. Forze di governo, di opposizione e sindacati, con poca lungimiranza e molta miopia, non hanno voglia di farle. Ma il nodo del personale si stringerà sempre di più. Lei ha ragione. Molti dipendenti assunti sono inutili, poco qualificati e iniquamente reclutati. Niente concorsi, tanti amici degli amici. Ma al punto in cui stanno le cose, si possono e si devono percorrere, a nostro avviso, due strade. Bloccare, da un lato, in modo assoluto ogni nuova assunzione (il che si dice ma abbiamo molti dubbi che si faccia). Dall’altro far diventare produttiva una massa di dipendenti che spesso non lo è. Occorre censire bene le funzioni che servono. Selezionare i bisogni dei cittadini. Riorganizzare con rigore mansioni e qualifiche. Redistribuire il personale per superare squilibri intollerabili. Perché vede, signor Ragusa, se consideriamo il personale pubblico di Regione, Provincia e Comune arriviamo a cifre esorbitanti. Ma non c’è municipio, di città grande o piccola, dove a un certo punto il cittadino non vada a sbattere contro disfunzioni e disservizi motivate da “mancanza di personale”. Vuole qualche esempio? A Palermo, c’è un’Amia (Azienda di igiene ambientale) dove gli organici sono ridondanti. Ma in Consiglio comunale propongono di fare nuove assunzioni per provvedere alla raccolta differenziata. E ancora, un asilo nido chiude per consentire alcune riparazioni. Le riparazioni sono state fatte. Ma l’asilo  non può più riaprire perché, dicono, manca il personale. Si può continuare così? Certamente no.
Noi sappiamo che dietro questi equilibri ci sono realtà dure a morire. Leggi e regole che fissano muri invalicabili nell’organizzazione del lavoro. Ma la politica deve trovare il coraggio di scelte radicali. Il sindacato deve essere partecipe e favorirle. Cercando poi di arrivare, quando le leggi lo consentono, a separare assistenza dal lavoro. Quanti sono utili per svolgere funzioni necessarie devono essere riorganizzati e ben inquadrati negli organici con retribuzioni legate al merito ed alla produttività. Quanti sono in esubero devono star fuori con un salario garantito per essere formati professionalmente ed aiutati a trovare lavori veri. Al di là di questo processo virtuoso ci sono disastri sociali e disoccupazione. Perché, nelle amministrazioni pubbliche, il posto potrà anche esser fisso. Ma senza soldi non si potranno pagare gli stipendi. È bene saperlo adesso. Si possono sprecare risorse quando ci sono. In questo la Sicilia è stata esemplare. Ma non può sprecarne adesso perché non ce ne sono. E ce ne saranno sempre meno.

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